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I Trecento Della Settima 

Cast:Amedeo Trilli

Regia: Mario Baffico

Sceneggiatura: Mario Baffico, Mario Corsi

Data di uscita: 1943

Genere: Guerra.

Trama

La pellicola narra la storia di una compagnia di Alpini che partiti da un borgo di una delle nostre vallate, si reca in Albania dove le è affidato il compito di tenere ad ogni costo un valico di particolare importanza. I trecento uomini, stretti intorno al loro capitano, restano fedeli alla consegna e resistono all'infernale accanimento del nemico preponderante e meglio piazzato, logorandosi e assottigliandosi notevolmente e sopportando privazioni di ogni genere. Ma il morale è altissimo e, alla fine l'esiguo gruppo di superstiti, conquistata la vetta in possesso del nemico, rende gli onori al proprio capitano eroicamente caduto.

HANNO PARTECIPATO ALLA REALIZZAZIONE DEL FILM UFFICIALI E SOLDATI DEL 1 E 2 REGGIMENTO ALPINI DELLA DIVISIONE "CUNEENSE" REDUCI DALLA GUERRA SUL FRONTE GRECO ALBANESE.

(dalla rete)

Mario Baffico, nato a La Maddalena (Sassari) nel 1907, realizza negli anni trenta dapprima alcuni cortometraggi, poi esordisce con la pellicola La danza delle lancette (1936; coregista Alberto Lattuada) cui seguono altri lavori. In un momento cruciale della storia italiana il regista offre un proprio valido contributo alla riflessione sugli eventi bellici in corso, firmando I trecento della Settima (aprile 1943; 80 min.), pellicola che sviluppa un soggetto e una sceneggiatura dell’autore, di Cesare Vico Ludovici e del commediografo Mario Corsi, utilizzando esclusivamente attori non professionisti (ossia ufficiali e soldati del 1° e del 2° reggimento alpini, reduci dal fronte greco-albanese). Ne sortisce un film austero e solenne, a tratti perfino misterioso, che si colloca in un ambito ideale che possiamo francamente definire antifascista e in un ambito estetico di profonda innovazione stilistica, che sa coniugare sobrietà, naturalismo e documentario secondo moduli i quali, nel solco dell’opera di De Robertis e del primissimo Rossellni, anticipano in versione versione compiuta, il cosiddetto neorealismo. La grandezza del fim di Baffico consiste nel suo “assordante” silenzio intorno al significato del conflitto in corso e nel conseguente amaro scetticismo che permea per intero il funereo racconto nel quale non solo non compare alcun saluto fascista, ma anzi vengono impietosamente mostrate le numerose manchevolezze del sistema bellico italiano. Una compagnia di trecento uomini lascia il proprio paese, la propria realtà semplice e montana, fatta di bimbi 
bisognosi di cure e di anziane donne, e si reca sul fronte greco dove lotta strenuamente, giorno dopo giorno, per tenere le posizioni relative a un costone la cui cima è saldamente controllata dal nemico. Le perdite sono ingenti e inesorabili mentre l’occhio freddo e distaccato del regista (che evita i primi piani e privilegia i quadri d’insieme i quali riducono l’alpino a macchia nel paesaggio) sembra 
interrogarsi sul senso ultimo di questa aspra e sanguinosa contesa. Per un fazzoletto di pochi chilometri quadrati, sassoso e orrendo, si soffre la fame, si vive ammassati in trincea rievocando la quiete del paese natio, si viene feriti e si muore sotto i colpi di un nemico 
lontano e invisibile. Gli alpini - corpo unitario permeato da un meraviglioso afflato collettivo - fanno il proprio dovere e il loro ufficiale è il primo a preoccuparsi per non esporli a inutili pericoli; durante la lunga campagna di cui il film offre una quotidiana, spoglia cronaca, in nessun momento gli omini mettono in dubbio il proprio ruolo e la propria funzione e, proprio per questo incredibile, provocatorio silenzio, il film appare radicalmente ostile a quella guerra che va descrivendo, una guerra di cui sfugge completamente il senso ultimo. Baffico evita di entrare in questa materia spinosa (non può farlo in alcun modo; il suo deve comunque essere - considerando i tempi e i modi - un prodotto “patriottico”) eppure ogni gesto, ogni sofferenza, ogni morte vengono sottolineate negativamente, in una cornice filmica di profonda desolazione la cui motivazione ultima consiste proprio nell’evidente smarrimento degli autori nei confronti di una guerra - quella sul fronte greco, aperta dalla faciloneria criminale del regime - di cui si avverte l’inutilità e l’insensatezza. Mai una pellicola dell’epoca fascista è parsa tanto scettica e, a suo modo, pacifista; mai un senso di disagio e di profonda commiserazione per il destino di uomini mandati inutilmente allo sbaraglio, è emerso in modo tanto netto e coerente. L’atteggiamento di distanza critica viene comprovato poi dalle continue critiche all’organizzazione generale della macchina bellica italiana: manca il grasso del lubrificare le armi, mancano i viveri e i piloti che finalmente li inviano, tramite lanci, sbagliano il bersaglio e li regalano al nemico (implicita qui la critica all’aeronautica ovvero al settore più fascista dell’esercito); insomma una guerra illogica e, per giunta, gestita con approssimazione. Raramente un fim bellico, finanziato per propagandare l’eroismo dei soldati al fronte, ha offerto una quadro altrettanto mesto e disilluso: dei trecento, solo diciannove (è morto anche il comandante, evento luttuoso di evidente portata simbolica) riescono alla fine a conquistare il famoso costone e la pellicola termina mentre ci si chiede se sarà possibile tenerlo a lungo. Tutto è incerto e vagamente assurdo, quasi kafkiano al punto che non sembra fuori luogo notare alcune somiglianze tra la pellicola di Baffico e il ben più celebre Orizzonti di gloria di Kubrick (1957), film che descrive una situazione in gran parte simile (la vita in trincea, il nemico potente e invisibile che facilmente massacra gli antagonisti), seppure guidandola verso esiti di differente caratura melodrammatica. L’unico elemento certo - e positivamente valutato - consiste nella rassicurante presenza di un cappellano militare ovvero nel conforto della religione di quella Chiesa cattolica che da un paio di anni è divenuta l’unica àncora certa cui aggrapparsi (molteplici sono - come si è detto più volte - i film che registrano questo nuovo orizzonte ideale) sebbene le sobrie cerimonie liturgiche non possono non confliggere ed apparire assurde (ricevere la comunione e poco dopo andare a uccidere) con l’insensata cornice bellica. Tanto più che dall’altra parte del costone ci sono ancora dei cristiani, seppur prevalentemente di rito ortodosso. Anche il commento musicale evita toni enfatici e si abbandona spesso a litanie stranamente sepolcrali, mentre la memorabile sequenza del mulo Tiratardi che affoga nel fango nonostante i disperati tentativi dell’alpino di salvarlo - uno dei rari episodi di forte drammaticità, segnato da una serie di struggenti primi piani dell’animale sofferente - assurge a segreta valenza simbolica, finendo per alludere alla situazione complessiva di un esercito e di una nazione trascinata verso un ineludibile destino di morte (ben evidente quando si è ormai giunti agli inizi del 1943) da una nomenclatura politica avventurista. E poco cambia se, in una sequenza successiva, Tiratardi “miracolosamente” ricompare (è dunque riuscito, da solo, a uscire da quelle “sabbie mobili”): l’Italia nel suo complesso, alle soglie del disastroso armistizio di settembre, non sarà in grado di attuare alcun miracolo.Inutile dire che questa ammirevole pellicola è stata completamente obliata dai successivi storici del cinema, preoccupati esclusivamente di esaltare quei prodotto filmici postbellici capaci - per il tramite di una desolazione generica e artefatta - di portare voti al fronte unitario delle sinistre. Il pregevole documento di Baffico andava assolutamente cancellato dalla memoria storica (Lizzani lo recensisce nel 1943 e già allora lo definisce “materiale inutile, di scarto”) sia perché mostrava un cinema critico e sinceramente problematico, senza essere però antinazionale (nelle differenti direzioni del filoamericanismo e del filocomunismo), sia perché offriva un alto esempio di arte filmica ottenuta con i mezzi di un documentarismo (i volti comuni dei reduci, intensamente espressivi e slegati da qualunque logica “attoriale”) piegato a esigenze narrative, ossia offriva bella e conclusa la futura formula del “rivoluzionario” neorealismo. 

(Giuseppe Rausa, storico del cinema)

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